Abitanti, residenti, pendolari e alpine users
CDAQ

Con l’avvicinarsi del seminario organizzato da Consulta AL “La città che sale: il monte che resiste? Vivere la montagna, vivere in montagna: strategie di rilancio per le terre alte”, previsto il 24 e 25 settembre al Rifugio Carlo Porta di Pian dei Resinelli (Lecco), il curatore scientifico associazione Cantieri d’Alta quota ci accompagna con una selezione di brevi testi d’approfondimento tratti dalle molte pubblicazioni recenti in tema di contemporaneità alpina e architettura.

Il terzo è uno scritto di Maurizio Dematteis, presidente dell’Associazione Dislivelli. Il testo è estratto da “Cantieri d'alta quota magazine” n. 8 - agosto 2016 (https://www.cantieridaltaquota.eu/wp-content/uploads/2019/03/CDAQmagazine_8.pdf)

 

Cosa spinge la gente a frequentare, lavorare o vivere in montagna oggi? Guardandola dalla parte del territorio, quali sono le caratteristiche contemporanee delle terre alte capaci di attrarre le persone?

La domanda non è banale e tanto meno è facile la risposta. Avremmo potuto dividere le persone in classi: residenti, professionisti, turisti in cerca dell’altrove, per poi analizzarli singolarmente. Ma sarebbe stato un esercizio inutile. Perché una delle caratteristiche della modernità è l’estrema eterogeneità di bisogni, opportunità, desideri, passioni e interessi, e avremo rischiato di perdere tutte le realtà intermedie, ibride o meticce, andando a identificare degli idealtipi che concorrono a promuovere la “narrazione imposta dai pochi che contano a tutti gli altri”, come spiega bene Marco Revelli nel suo libro Non ti riconosco. Un viaggio eretico nell’Italia che cambia (Einaudi).

Anche Zygmunt Bauman ci spiega che per cercare di comprendere la “società liquida” è inutile creare classi, incasellare tipi puri o estrapolare torte e grafici a barre come se le persone fossero numeri. Bisogna invece “consumare la suola delle scarpe”, per dirla in gergo giornalistico, e nel nostro caso girare le montagne raccogliendo più testimonianze possibili.

Prendiamo ad esempio il caso del “turista alpino”. Negli ultimi anni si fa un gran parlare di “turismo responsabile”, o “esperienziale”, o “dolce” come possibile risorsa sostenibile per rivitalizzare quei territori montani un po’ sfigatelli che gli studiosi chiamano “marginali”. E ne sono ormai quasi tutti d’accordo, chi in quelle valli vive e chi ci va per piacere. Ma poi quando si tratta di capire chi è questo rinnovato ed evoluto homo turisticus di cui tanto si fantastica, capace di apprezzare i “marginali”, e soprattutto come fare ad attirarlo in montagna, cominciano i guai: chi propone il pesce fresco in alta quota, chi il volo d’angelo, chi l’eliski, chi la ciaspolata al chiar di luna, senza un’idea condivisa né un coordinamento comune e, soprattutto, senza sapere chi sia il cliente od ospite a cui ci si rivolge. Il turista oggi non è più quello che l’antropologo Duccio Canestrini definiva come un individuo “con relativa disponibilità di denaro che parte verso luoghi lontani da casa per tornare presto alla routine quotidiana”.

Il turista oggi è una figura da ricercare nella descrizione del viaggio di Marcel Proust: “Il vero viaggio di ricerca non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”. Ma rimane pur sempre un homo turisticus sfuggente, su cui mancano studi approfonditi, statistiche e racconti per inquadrarlo.

 

09 Luglio 2021

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